
Autore: Adam Mansbach
Titolo originale: The End Of The Jews
Traduttore: Francesco Pacifico
Anno di pubblicazione: 2009
Editore: Minimum Fax
Pagine: 419
Prezzo: 16,50 Euro
ISBN: 9978-88-7521-230-8
Gli ebrei possono riconoscersi solo nelle rappresentazioni caricaturali? Perché siamo tanto a nostro agio quando ci vediamo ridotti a personaggi da cabaret? Sapete chi è che riempiva quei teatrini nel primo quarto di questo secolo, ridendo alla follia davanti all’ebreo avaro e trafficone, al buffone col naso a uncino e il viso sporco di stucco e il cappellino striminzito e l’accento di yiddish incomprensibile? (…) Gli ebrei! Chi altri? Gli stessi che scrivevano le battute e interpretavano i personaggi. Gli ebrei che ridevano degli ebrei, per potersi sentire ebrei!
Uscito in un momento in cui le disquisizioni sui grandi temi sociali e culturali erano all’ordine del giorno, La fine degli ebrei di Adam Mansbach, vincitore del California Book Award, è riuscito a centrare il bersaglio e a far discutere.
Uno scrittore di origini ebree, praticamente ancora sconosciuto in Italia (i suoi romanzi precedenti sono ancora inediti nel nostro Paese), ha infatti superato le aspettative e si è rivelato in grado, con il suo ultimo libro, sia di offrire abbondanti spunti di riflessione sulle diversità razziali e l’abuso di stereotipi per definirle, sia di puntare il dito sulle contraddizioni che si celano dietro ad esse.
L’autore è stato abile nel restituire un realismo palpabile, calandosi in vite ‘vere’ e riproponendone problemi, complessità e crudezze. La sua capacità di concretezza, sommata a uno stile essenziale ma non per questo privo di raffinatezza, ci offre un’opera in grado di catalizzare su di sé le opportune attenzioni del lettore.
Il fulcro della storia è imperniato essenzialmente su tre nodi cruciali: il melting pot culturale di una famiglia ebrea trapiantata in America, la passione per la scrittura, l’amore per la musica e la fotografia. Un insieme di elementi che Mansbach è riuscito a mixare con grande maestria, creatività e non senza la giusta dose di spirito critico.
Fin dalle prime pagine, il lettore intuisce di avere a che fare con personaggi complessi, in grado di coinvolgerlo senza mezze misure. L’autore riesce a descrivere alla perfezione limiti, debolezze e contraddizioni dei suoi protagonisti, lasciando trasudare la profonda empatia che lo lega a ciascuno di essi.
È insomma una saga familiare densa e articolata quella raccontata ne La fine degli ebrei. Nello specifico, il romanzo parla di due artisti – nonno e nipote – che scoprono la vocazione di scrittori proprio grazie alla cultura afroamericana nella quale sono immersi, e con la quale inizialmente avevano faticato a confrontarsi.
Tutto inizia nel Bronx, nella casa di una famiglia di immigrati ebrei che, dagli anni Venti ai giorni nostri, attraversa in un lampo tre generazioni. Da un lato c’è Tristan Brodsky, che abita nei sobborghi di New York con i suoi e – dopo un complicato periodo di crisi esistenziale – si rivela una promessa della letteratura americana. Sempre in nome della sua arte, che negli anni lo consacra tra i maestri della scrittura contemporanea, arriverà persino a sacrificare il rapporto con la moglie, a sua volta poetessa, e a sfiorare l’autodistruzione. Dall’altro, troviamo invece Tris, nipote graffittaro e dj di Brodsky, che coltiva gli stessi sogni di gloria del nonno, ma fatica a calcarne le orme e rischia di essere fagocitato dalla fama del vecchio.
Un quadro familiare assolutamente veritiero e quasi crudo quello che Mansbach riesce a delineare, mettendo in luce tutte le sfaccettate fasi di una vita: dal problematico comportamento di un adolescente in cerca della sua strada e della sua vocazione (prima Tristan e poi Tris), passando per dei tormentati rapporti familiari (sia coi genitori, sia di coppia), fino a raggiungere la spaccatura generazionale (come accade tra nonno e nipote nel momento in cui l’ego dello scrittore viene calpestato da un giovane troppo rampante).
L’autore non si ferma, però: ad arricchire – o a complicare ulteriormente – questo complesso puzzle di personaggi aggiunge la giovanissima Nina, un’adolescente affascinante e talentuosa, con una profonda passione per la fotografia, che riesce a fuggire dalla Cecoslovacchia, attraversando la Cortina di Ferro al seguito di una famosa band di jazzisti. Nell’America delle grandi ambizioni e infinite possibilità, Nina si scontra però con alcuni dolorosi frammenti del passato – ritrova il padre che aveva abbandonato lei e la madre quando era solo una bambina – e sembra smarrirsi in una relazione priva di prospettive, che la fagocita senza lasciarle apparentemente via di scampo.
Tra le pagine del romanzo, le vite dei protagonisti si incrociano per procedere e svilupparsi poi su una linea comune che porterà ognuno a confrontarsi con i suoi peggiori demoni e a fare i conti con i suoi punti deboli.
Una storia appassionante, ricca di suspense, che si presta ad essere letta tutta d’un fiato e che sicuramente lascia ampio spazio non solo alla riflessione, ma anche all’ipotesi di un sequel!