Nota introduttiva:
Tutte le poesie di Gabriella Stanchina pubblicate in queta sede sono protette da copyright Edizioni Polistampa Firenze. Si ringraziano Gabriella Stanchina e le Edizioni Polistampa Firenze per la gentile concessione.
Nell’imminenza
Emergo a fior d’essere
apro labbra al silenzio che erompe
affilo il mio corpo
perché fenda la notte
ne estenuo la fibra
di crisalide morta
sopravvivo
e attendo
l’imminenza di me.
Da scabri orizzonti
sarà il mio ritorno
il cielo riarso
un cristallo di sale
nel palmo contratto
piste carovaniere
lo corroderanno
echi stranianti
di lingue librate
in oscure volute
come valve indugianti
riflussi intessuti
sensibili al tocco.
Tra falangi di nubi remote
Tra falangi di nubi remote
si spezza lo stelo del giorno.
Quando l’acqua screziata d’orrore
abbuia le palpebre ondose
la mia mano lo coglie furtiva.
Pianterò il suo destino reciso
nel giardino dei mondi mai nati
veglierò nella notte il silenzio
sterminato dei mille crocicchi
in cui ero sul punto di avermi
e mi sono mancata.
La baia dell’angelo
Spargo in petali d’ombra
la più schiva delle mie sere
la più assorta delle mie anime
Germogliano le ciglia
Nel buio delle pupille
fluttuano le pleiadi
La radiazione fossile
innerva le mie tempie
Concresco nello spazio
Le mie dita trascorrono
l’arpa ondosa del tempo
Nell’arco delle labbra
è la baia dell’angelo
Una parola vi tramonta
increspata di stupore.
Il libro della scala a spirale
Primo giro
Tra le mani incavate dell’alba
si desta un frullo e un palpito di strade
e io ascendo la rugiada del giorno
verso un alto patio di chiarore.
Secondo giro
Ma se dentro di me voglio salire
è una scala a spirale che s’attorce
una piega infinita che m’annida.
Questa falce di luna incessante
che allusiva saetta nell’ombra
è promessa di plenilunio
nella mia mano incisa.
Terzo giro
A ogni passo tende agguati l’ombra
ciò che abbandono frana
imperscrutabile
su questa scala turbata dall’attesa
non vi è se non svolta e sviamento.
Sono un lembo precari di risacca
tra due mari verticali di stupore
in me si frange la duplice ombra.
Il corpo non sa più sillabare
un senso chiaro: né discesa né salita
ma tra due cavità un buio errante
e se stesso in mezzo alla clessidra.
Quarto giro
Nulla è mai restituito
la mutevole screziata rifrazione
avvolge l’eco del richiamo attorno a un fuso
che ruota in una sola direzione.
Ora che per ritrovarmi
ho lastricato di specchi ogni parete
so che nessuna ripete il mio volto.
Nell’ondeggiante sogno vanamente
ho inseguito l’incrocio degli sguardi
come un asse attorno a cui s’acquieti
il vociferante delirio dei gradini.
Quinto giro
I miei profili rastremati
come fasi lunari
ho visto affastellarsi
negli specchi ricurvi:
la vibrante alba
l’inesatto approssimarsi
lo straniante crepuscolo degli
occhi.
La spirale del mio spaesamento
si avvitava in tralci d’orizzonti
e inudito germinava di pupille
lo sguardo meridiano in cui
sussisto.
Sesto giro
Ora so che la scala è il mio nome
il labirinto si intesse percorrendomi
e mentre ascendo il mio desiderio
verso un presagio d’azzurro che traluce
i gradini mi discendono scavando
la conchiglia rovesciata del silenzio.
Lamento della poeta nell’età capitalista
Acquisto un libro oppure la mia cena?
La fame sillabata è più cortese.
Rovescio il portafoglio
e tra le valve inarcate
scruto mezzelune di penombra.
La mia mano fruga dentro un sogno
di sedimenti aurei e monete
sotto lingue mortali tralasciate.
Caronte dovrà attendere stanotte.
L’avara clessidra rovesciata
preme un’ombra
sul palmo della mano.
Vuota di prigionieri è la caverna,
per quanto io ne scruti i lembi antichi.
Insidia della notte in formato tascabile
l’insostenibile caparbietà del nulla.
Sequenza della neve
I
Quando abbiamo smarrito il biancore
Quando abbiamo abiurato il silenzio
Quando abbiamo cessato di udire
il rumore della neve che cade,
l’inchiostro dei segni ha sfogliato
il chiarore del cielo indiviso.
Il furore del tempo
ha lacerti di cieli,
filigrane d’azzurro cadute
attraverso la mente — i pensieri.
II
Ma gli alberi sorprendono i mattini d’inverno,
dall’infanzia si levano, alti e puri.
Scavata dal silenzio guardo addensarsi
il nero di un ramo nel nevischio di luce.
III
Quante volte ho calunniato, vita,
i tuoi nodi, girasoli di spade,
i tuoi rami affilati nell’ansia
d’inermi palpebre e acquose pupille.
Ora so che la neve si adagia
solo tra gli artigli più scabri.
Incomparabili leggo
i suoi diagrammi astrali
negli anelli di tronchi mutilati.
Nel traforo d’aghi di abete
ella insegna ai rameggi turbati
la sua lingua di pietra e cristallo:
il ripetersi innumere
delle biforcazioni
l’alchimia del ritorno infinito.
Sugli alberi piegati dal vento
forma correnti ascensionali
traccia una cresta, una vertebra spinale,
ricompone l’equilibrio del mondo.
IV
Ci sono simmetrie
più antiche dei giardini
e quando le sapremo sillabare
la mente non sarà
più che un’ombra scoscesa
su dorsali di nubi librate.