La sua voce è inconfondibile, quasi quanto la figura scarna e giovanile, quasi uno schiaffo in faccia alle settantasette primavere denunciate dall’anagrafe.
Giorgio Albertazzi è rimasto solo nell’impero dei Grandi Attori, dopo la scomparsa di Vittorio Gassman e Carmelo Bene, e non è detto che il trono dorato gli sia comodo, nonostante la ben nota e seducente passione per il protagonismo.
Arriva a Trieste il “Giulio Cesare” creato a sei mani con Antonio Calenda e Nicola Fano, e alla “prima” al Politeama Rossetti il teatro dal soffitto trapuntato di stelle quasi viene giù per gli applausi.
Inutile negare allo straordinario interprete fiorentino lo charme tipico dei teatranti di razza, quelli che riescono a zittire ogni singulto, ogni battito d’ali, con la forza occulta e bellissima della propria persona.
Lo vedevo di bianco vestito, in borghese, negli abiti “di Albertazzi” insomma, circondato da venti giovani attori quasi stupiti di condividere la scena con lui.
Lo spettacolo si dipana senza grumi, teso e sferzante come le severe scenografie di Bruno Buonincontri, ed è un apologo sanguigno e terribile sul Potere, la Seduzione e la Morte. Arriva, suddetto spettacolo, dopo che l’attore fiorentino si è cimentato con praticamente tutti i più grandi ruoli shakesperiani, da un recente “Le allegre Comari di Windsor”, al “Falstaff”, ad un lontano ed insuperato “Amleto”(1964) per la regia di Franco Zeffirelli, visto ed amato persino da Sir Laurence Olivier ai gloriosi tempi della Compagnia Albertazzi- Proclemer. Con gli anni, e con l’imbiancarsi dei capelli, si è risvegliata in lui una “urgenza di malinconia” che ammanta i suoi ruoli di un fascino nuovo.
Albertazzi, il “dandy” del palcoscenico italiano, si contraddistingue da molti suoi colleghi viventi e scomparsi per la gioiosa consapevolezza di essere una persona fortunata e realizzata,che porta avanti da una vita un assolatissimo sogno artistico.
Non ha mai avuto il cupo travaglio interiore di Gabriele Lavia, la logorrea paranoide e il super-IO DI Carmelo Bene, la tracotanza egoistica ed arrogante di Vittorio Gassman.
Nella sua autobiografia” Un perdente di successo”, uno dei più bei libri scritti in Italia sul teatro e sulla vita, una ignota ammiratrice del protagonista di “L’anno scorso a Marienbad” gli rivolge un personale, romantico pensiero, dicendo tra l’altro: “Chiunque può incontrarti, avere un rapporto con te: basta aggredirti con la propria presenza, e tu non puoi sottrarti”.
Parole sante: Giorgio Albertazzi, curioso della vita, della carnalità e delle passioni, delle donne e dei sentimenti, si spende con inconsueta generosità, orgoglioso di essere un espansivo, un estroverso in un ambiente che tende all’introversione, alla macerazione interiore. Sentirlo descrivere la sua personale poetica di attore e di regista è uno spettacolo nello spettacolo , sentirlo parlare dei personaggi shakesperiani e non ,equivale ad assistere ad una lezione sulla Seduzione collegata all’arte.
Attore forse più “europeo” che italiano, si è contraddistinto negli anni per una inesausta ricerca sui testi e sugli autori, spesso rinunciando a sfondare porte già aperte, in una parola rinunciando alla comodità e allo stereotipo.
“Dopo la caduta” di Arthur Miller (recitato con Monica Vitti negli Anni Sessanta), “Spettri” di Ibsen e “Maria Stuarda” di Schiller, “Pietà di novembre” di Franco Brusati e “Pilato sempre” di Albertazzi stesso, già contenevano in nuce questa capacità di introspezione, che ora la lunga esperienza sulle tavole del palcoscenico ha reso palese. Culmine di questa ricerca, alcuni memorabili spettacoli dei primi anni Ottanta, come “Il Fu Mattia Pascal” e soprattutto “Enrico IV” di Pirandello, atroce apologo sulla Pazzia che spinse il collega Enrico Maria Salerno ad inginocchiarsi in camerino davanti alla “vis” albertazziana.
Nello spettacolo diretto da Calenda Giorgio Albertazzi è un Bruto di minaccioso biancore, tormentato ed allucinante: pensavo a Shakespeare assistendovi, ma anche alle “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, altro “testo da capezzale” per Albertazzi, che in queste geometrie di potere e di morte ritrova il suo terreno primigenio. Lo spaesamento di chi ha perso il senso di sé,di chi vuoi per il potere, vuoi per l’amore, vuoi per l’azzardo, consuma la propria linfa vitale, perdendosi in un vortice senza uscita, riguarda molto probabilmente anche Giorgio Albertazzi “persona” oltrechè personaggio.
Non a caso, sulla diversità, provocata e patita, si è applicato sovente, anche in televisione a partire da quel memorabile “Delitto e Castigo” recitato sul finire degli Anni Cinquanta, mentre il “Jekyll” rivisto e rielaborato nel 1969 e passato alla storia (almeno della televisione) per l’uso da parte dell’attore di un paio di lenti a contatto gialle molto “gotiche”, allude alla maledizione biblica tra potere e uso del medesimo che ritroviamo anche nel “Giulio Cesare”.
Certo, con queste premesse sembra un paradosso l’altro repertorio tipico di Giorgio Albertazzi, quello di “Caro bugiardo” e “La fastidiosa”, un teatro borghese “da divani vellutati di pelle” che però rivelano il lato giocoso, spumeggiante, autoironico e dissacrante di questo grande attore-autore delle nostre scene.
Il cerchio si chiude compiutamente, laddove si pensa che una delle prime memorabili avventure teatrali di Giorgio Albertazzi fu “Troilo e Cressida” di William Shakespeare per l’illuminata regia di Luchino Visconti: uno spettacolo sontuoso e barocco, allestito per il Maggio Fiorentino e costellato di grossi nomi al debutto o quasi, da Vittorio Gassman a Marcello Mastroianni, da Gabriele Ferzetti a Raoul Grassilli, e via enumerando.
Nel corso del bellissimo incontro con il pubblico al Politeama Rossetti, Albertazzi si è dilungato, con sommo piacere degli astanti, nella cronaca affascinante di una generazione teatrale che non esiste più, che ha invogliato al “gioco del teatro”altrettante generazioni di spettatori, lasciando tracce indelebili e testimonianze preziose.
Inevitabile il riferimento, affettuoso e forse anche un po’ sofferto, al Mattatore Vittorio Gassman, non a caso il luogo dell’incontro è proprio il Foyer Gassman del Politeama Rossetti.
Due attori senz’altro divergenti, uniti dal medesimo perimetro anagrafico, e da alcune comuni frequentazioni eccellenti: Luigi Squarzina, Anna Proclemer, ovviamente e inevitabilmente Luchino Visconti.
Non a caso alcune delle pagine più intense, emotivamente più incisive dell’autobiografia uscita nel 1988 per la Rizzoli recensiscono i contrasti e i successi di una coppia “alla Coppi e Bartali”.
Il cotè esistenzialista per Gassman si esautorava, come già detto in apertura, in un’arroganza tracotante non sempre piacevole, in un gusto per il sarcasmo ed il cinismo, tratti caratteriali addolciti negli anni dallo scivolone terribile nella depressione.
Giorgio Albertazzi, meno tormentato del collega genovese e più entusiasta nei confronti delle dinamiche professionali, non ha ceduto all’imperversare del tempo ed in qualche modo la sua figura attoriale ne è uscita integra, immacolata.
Non esistono quasi più, nel devastato panorama teatrale italiano, figure così audaci nel legare il proprio destino personale a quello artistico, rinunciando come Albertazzi stesso denuncia, al comodo cuscinetto degli Amleto senza Amleto, dei Macbeth senza Macbeth, privati cioè di un’identità d’interprete che è pietra fondante del mestiere d’attore.
Non a caso i tanti colleghi citati nel libro da Albertazzi (Volontè, Glauco Mauri, Leo De Berardinis, i “classicissimi” Memo Benassi, Salvo Randone, Renzo Ricci, oltre a Carmelo Bene preso in esame come eterna pietra dello scandalo) appartengono tutti ad una scuola attoriale di ferro, costruita dopo anni ed anni di applicazione micidiale sui testi.
Il trascendente (Federico Garcìa Lorca lo definiva il “duende”, come ben sa Albertazzi) ed il metafisico sono i tratti più nascosti dell’attore fiorentino: ma i riti della cabala, del fato, del destino, sono costanti che gli outsider come lui ritrovano frequentemente nel corso del proprio cammino: anche con tra le mani il coltello della colpa del personaggio di Bruto, Giorgio Albertazzi rimane un ricercatore dell’inconscio , mosca bianca di valore in un panorama di grigia banalizzazione.
A beneficiare di tanto fascino, una nutrita schiera di donne, e spesso bellissime e teatralmente dotate, che hanno circondato il Maestro, traendone non di rado dei vantaggi umani e professionali (e come potrebbe essere altrimenti?).
Il legame più lungo, quello che chi scrive ascolta citare quasi quotidianamente, rimane quello con Anna Proclemer, non solo una principessa delle scene italiane, ma anche un’entità femminile capace di conservare un alone di mistero, di rarefatta e silenziosa estraneità alle cose del mondo.
In progressione si sono avvicendate poi Bianca Toccafondi, Elisabetta Pozzi, Pamela Villoresi, Mariangela D’Abbraccio, tutte protagoniste delle sensuali geometrie di Albertazzi, uno dei pochi “grandi” capaci di allevare nel proprio cono di luce delle belle psicologie femminili senza fagocitarle.
Arrivato alla soglia delle ottanta primavere, Giorgio Albertazzi si riconsegna al proprio pubblico con la generosità di sempre: dopo il sorprendente “Angelo azzurro”, portato avanti in modo turbolento insieme a Valeria Marini, e dopo lo spassoso “Diavolo con le zinne” creato insieme alla coppia Dario Fo — Franca Rame, questo affascinante “deviatore di professione” si incammina nei territori esistenziali di Shakespeare, alla ricerca della Verità.